Dove non arriva l’IA

C’è un punto preciso in cui l’intelligenza artificiale inciampa.
Barra Servizi

C’è un punto preciso in cui l’intelligenza artificiale inciampa. Non è la scrittura generativa, non è l’immagine, non è neppure la capacità di replicare stili visivi complessi. È la tipografia. E, più nello specifico, il font design vero e proprio.

L’IA può simulare, combinare, rimescolare. Può “imitare” una tipografia, può evocare un’estetica, può persino generare alfabeti plausibili. Ma quando si entra nel territorio della progettazione tipografica — quella fatta di micro-decisioni, di compromessi invisibili, di cultura visiva sedimentata — il sistema si ferma. Non perché manchino i dati, ma perché manca l’intenzione.

Il paradosso dell’anno appena concluso

Non è un caso che proprio negli ultimi mesi — potremmo dire in tutto il 2025 — la tipografia sia tornata al centro del discorso progettuale. Ne parliamo ovunque: nei rebrand, nei loghi che si riducono sempre più a semplici logotipi, nelle aziende che investono in font custom come asset strategico.

Mentre tutto il resto sembra automatizzabile, accelerabile, replicabile, il carattere tipografico torna a essere un punto fermo. Una firma. Un gesto progettuale non delegabile.

È un paradosso solo apparente: più l’IA diventa pervasiva, più il valore si sposta verso ciò che non può essere facilmente generato.

Perché l’IA fallisce sulla tipografia

La progettazione di un font non è la somma delle sue lettere. È un sistema coerente di relazioni: tra pieni e vuoti, tra ritmo e pausa, tra forma e funzione. È un lavoro che vive di dettagli quasi impercettibili: una curva leggermente più tesa, un terminale che chiude prima, un’asse che si inclina di mezzo grado.

Queste scelte non sono “ottimizzabili” nel senso computazionale del termine. Non rispondono a un obiettivo misurabile, ma a un equilibrio culturale ed espressivo. Un buon carattere tipografico non è semplicemente leggibile: è credibile, riconoscibile, abitabile.

L’IA, per sua natura, lavora per interpolazione. Il type design lavora per sottrazione, per tensione, per coerenza interna. È qui che si apre lo scarto.

Il ritorno al logotipo

Non sorprende allora che molti brand stiano rinunciando a simboli complessi, pittogrammi generici, sistemi visivi iper-articolati. Il logo torna a essere parola. Scrittura. Voce.

Il logotipo è, in fondo, l’elemento meno replicabile da un generatore automatico. Perché non è solo “come appare”, ma come parla. Un font custom non è un abbellimento: è un sistema proprietario di segni, una grammatica visiva che nessun altro possiede.

In un panorama in cui tutto tende all’omologazione — stessi prompt, stessi modelli, stesse reference — la tipografia diventa uno dei pochi spazi di vera differenziazione.

Un ritorno alle basi (ma non un passo indietro)

Quello che stiamo osservando non è nostalgia. Non è un ritorno romantico alla grafica “fatta a mano”. È, piuttosto, una riscoperta delle fondamenta del progetto grafico.

La tipografia è una disciplina lenta. Richiede tempo, occhio, metodo. Richiede errori. Richiede test, stampa, uso reale. Tutte cose che l’IA, per ora, non sa fare davvero.

Per il graphic designer questo significa una cosa molto chiara: il valore non sta più (solo) nella capacità di produrre immagini, ma nella capacità di prendere decisioni. Di costruire sistemi visivi sensati, durevoli, coerenti.

Dove si sposta il mestiere del designer

Se l’IA si occupa sempre più dell’esecuzione, il progettista torna a essere autore di struttura. La tipografia diventa uno degli ultimi territori in cui il designer non compete con la macchina, ma fa qualcosa che la macchina non capisce del tutto.

E forse è proprio qui la lezione più interessante: non tutto deve essere automatizzato per forza. Alcune parti del progetto funzionano meglio quando restano umane, imperfette, intenzionali.

In un mondo che corre verso la generazione infinita, la tipografia ci ricorda il valore della scelta. E scegliere, alla fine, è ancora il cuore del design.

Leggi anche questi articoli

Dove non arriva l’IA

C’è un punto preciso in cui l’intelligenza artificiale inciampa. Non è la scrittura generativa, non è l’immagine, non è neppure la capacità di...

Da Sysadmin a DevOps: Automatizzare la Gestione dei Cluster Linux

Gestire un cluster Linux manualmente non è mai stato semplice, e con l’aumento delle complessità nei sistemi moderni, lo è diventato ancora di più...

Come catturare l’attenzione online in meno di 3 secondi

Nei feed dei social o tra i risultati di ricerca, l’attenzione si gioca tutta nei primi tre secondi. Chi crea contenuti per blog o canali digitali...
CHIAMA SCRIVICI