In poco tempo, il format è diventato virale. Migliaia di utenti hanno iniziato a condividere immagini che li ritraevano come protagonisti di una campagna Rhode, trasformando un’estetica di brand in un gioco collettivo.
Il risultato è stato evidente: Rhode è passato da brand skincare a fenomeno social, da racconto di bellezza reale a bellezza artificiale mediata da filtri e intelligenza artificiale.
Un’operazione che, a prima vista, sembra perfetta. Coinvolgimento, visibilità, partecipazione spontanea. Ma è proprio qui che si apre una riflessione più profonda.
Quando la pubblicità gratuita ha un costo invisibile
Molti leggono questo trend come esclusivamente positivo. L’AI amplifica la notorietà del brand, lo rende condivisibile, accessibile, virale. In altre parole, pubblicità gratuita. Tuttavia, associare un marchio a un’estetica interamente replicabile e artificiale non è un’operazione neutra.
Nel momento in cui chiunque può “indossare” Rhode attraverso un filtro, il brand smette di essere esperienza e diventa simulazione. L’immagine non racconta più una promessa concreta legata al prodotto, ma una versione ideale, costruita e ripetibile all’infinito. La bellezza non è più reale, ma generata.
Questo passaggio è sottile, ma cruciale. Perché ciò che viene amplificato non è il valore del brand, ma il suo aspetto più superficiale.
Saturazione visiva e disinteresse accelerato
L’intelligenza artificiale ha una caratteristica precisa: accelera tutto. Anche la stanchezza. Quando un’estetica viene replicata migliaia di volte, perde forza. Quando ogni volto può diventare un volto Rhode, il brand smette di essere desiderabile e diventa un format.
La saturazione visiva porta rapidamente a una conseguenza spesso ignorata: il disinteresse. Non perché il contenuto sia sbagliato, ma perché è ovunque. Troppo perfetto, troppo simile, troppo costruito. L’attenzione si consuma in fretta e non lascia spazio a una relazione duratura con il brand.
In questo senso, l’AI non costruisce fedeltà. Costruisce consumo rapido.
Dalla bellezza condivisa alla bellezza svuotata
Un brand skincare, per sua natura, dovrebbe parlare di pelle reale, di esperienza quotidiana, di relazione con il proprio corpo. Quando questa narrazione viene sostituita da una bellezza filtrata e artificiale, il rischio è quello di perdere coerenza.
Il caso Rhode mostra come la finzione, se diventa centrale, possa spostare il focus dal prodotto al meccanismo. Non si parla più di efficacia, di texture, di sensazioni. Si parla del filtro, dell’app, dell’effetto. Il brand resta visibile, ma il suo significato si assottiglia.
E quando un brand viene percepito come qualcosa che esiste solo nello spazio digitale, il legame emotivo si indebolisce.
Oltre il trend: usare l’AI senza farsi usare
L’intelligenza artificiale non è il problema. Il problema è l’assenza di misura. Usarla come strumento può rafforzare un’identità. Usarla come sostituto della realtà rischia di trasformare un brand in una finzione estetica destinata a durare poco.
Associare un marchio solo a saturazione e artificio significa esporlo a un ciclo rapido: hype, replica, stanchezza, disinteresse. La visibilità cresce, ma la profondità si perde.
La vera sfida, oggi, non è diventare virali. È restare rilevanti senza smettere di sembrare reali.